Mercoledì della quinta settimana di Quaresima.
Il brano di San Giovanni di ieri si concludeva con la seguente annotazione: «A queste sue parole molti credettero in lui». A costoro Gesù si rivolge nel brano che oggi viene proclamato nella Santa Messa (Gv 8,31-42). Subito si comprende che la loro è una fede molto fragile, epidermica verrebbe da dire, incapace di fare un salto di qualità; i fraintendimenti delle affermazioni di Gesù si susseguono in un crescendo di distanziamento interiore che giungerà alla rottura completa e al tentativo di lapidare Gesù.
«Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: “Diventerete liberi”?». Il primo passo da compiere per entrare in rapporto vivo con Cristo è riconoscere il proprio peccato, che si è peccatori, si commette il peccato di cui si è schiavi, incapaci da noi di trarcene fuori. Il punto capitale sta proprio in questo: ci pensiamo liberi, forti, grandi, padroni di noi stessi e della nostra vita e della vita degli altri e del creato, in grado di fare a meno di Dio e di Cristo, e non ci accorgiamo, invece, che le passioni, il vizio, il mondo ci posseggono e ci muovono a comando. Quei contemporanei di Gesù si appellavano al fatto che, in forza della circoncisione, appartenevano alla discendenza abramitica, si consideravano depositari delle promesse che Dio un tempo volle rivolgere ad Abramo, si sentivano sicuri e certi dell’aiuto divino. Oggigiorno si porterebbero altre motivazioni per dirsi liberi, motivazioni per niente di carattere religioso (oh, quante parole di tanti nostri coevi, anche stagionati d’età, ci sovvengono), la sostanza del discorso, però, non cambia: non vogliamo ammettere, a noi stessi per primi, di non essere liberi.
Essere discendenza di Abramo secondo verità significa compiere «le opere di Abramo». Che fece Abramo? «Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia (Gen 15,6)», cioè confessò la sua pochezza, la sua creaturalità, si rimise nelle mani di Dio alla cui parola diede credito e fiducia, convinto che in Dio è data all’uomo la piena e vera libertà. Chi si dimostra così nei confronti di Cristo, dà prova d’essere figlio di Abramo, d’avere Abramo per padre (spiritualmente parlando), poiché assume anch’egli il medesimo metro di valutazione di sé stesso che ebbe Abramo e come questi accoglie la rivelazione divina quale respiro della sua vita.