'Per la misera condizione del superbo non c'è rimedio perché in lui è radicata la pianta del male', afferma il libro del Siracide da cui è tratta la prima lettura di domenica 28 agosto 2016.

'Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha innalzato gli umili', canta Maria nel Magnificat.

'Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato', dichiara Gesù nel Vangelo.

Perché?

La superbia è definita da San Tommaso d'Aquino come l'amore disordinato della propria eccellenza, dove per eccellenza si deve intendere tutto quello che innalza la persona e costituisce motivo di onore e di lode: un talento, una capacità, un'intuizione, una innata predisposizione per, ecc..

Sono realtà oggettive, non ti si possono negare, ma - ecco la nota dolente - tu vi attacchi il cuore!

Il superbo è un soggetto autoreferenziale, che pensa presso a poco così: tutto ruota intorno a me e in funzione di me.
Si considera tutto pregi e niente difetti, quindi ha una percezione di sé non oggettiva.
Pensa che sia tutto merito suo, se è così come è. Dio non c'entra niente con le sue doti e i suoi successi, il prossimo ancor meno.
Sa d'essere bravo, ma il sapere si trasforma in lui in presunzione.
Di conseguenza ritiene che quella determinata cosa spetti a lui, ne abbia diritto solo lui e basta. Gli altri: fuori.
Se poi non la raggiunge, pianti e lamenti a non finire.
Nessuno gli dia ordini! Se non può agire diversamente, obbedisce, ma il suo cuore è pieno di disprezzo.
Può arrivare, nella sua protervia, a ribellarsi a Dio.
Per lo più si limiterà a criticare il Papa e i Vescovi e i loro insegnamenti perché, in fatto di fede e di costumi, che vogliono questi?

Iniziamo, dunque, a capire perché la Scrittura diffidi del superbo e promuova a pieni voti l'umile.

La superbia costituisce il maggior ostacolo nel nostro rapporto con Dio e con il prossimo.
Essa finisce per innalzare un muro fra noi e il resto del mondo.

L'umile, invece, esce da se stesso incontro a Dio e al prossimo.

Si considera per quello che: un misto di pregi e di difetti. Per i primi ringrazia Dio, per i secondi piange se stesso e domanda a Dio la grazia di superarli.
Riconosce che, se è quello che è, ciò si deve a Dio in primo luogo e anche grazie al prossimo.
Sa d'essere magari bravo, ma non ne fa una questione di vita o di morte.
Non sbraita: 'questo tocca a me', ma ragiona: 'forse nel mondo non ci sono solo io'.
Obbedisce prima col cuore, poi nei fatti.
Dio al primo posto, su tutto.
E meno male che c'è la Chiesa! In un mondo dove la confusione regna sovrana e non ci si capisce più nulla, risuona ancora una parola certa e sicura: quella di Cristo, unico Salvatore dell'uomo.

Buona domenica a tutti.

Don Massimo

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