L’anno liturgico si chiude con la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’universo.

La liturgia della Parola della Messa ci fa ascoltare, come seconda lettura, un inno celebrativo del mistero salvifico di Cristo, che apre la lettera ai Colossesi dell’apostolo Paolo.

Paolo non lo ha inventato, ma lo ha ricevuto dalla tradizione di vita, di fede e di culto dei primi cristiani e proprio questo è interessante osservare: fin da subito la Chiesa si è interrogata sulla persona del Signore Gesù e sull’opera da lui compiuta e ha cercato di esprimere, secondo quella che è la possibilità data all’uomo, la sua comprensione del mistero di Cristo, cercando di dire chi Egli sia e, a partire da qui, perché Egli sia così decisivo per le sorti di tutto il genere umano e di tutto l’universo.

Leggendo e rileggendo questo inno (Col 1,12-20), ci rendiamo conto sia dello sforzo che i nostri padri nella fede hanno realizzato sia della prospettiva di fondo che li ha guidati nell’elaborare e nel mettere ordine ai pensieri e alle intuizioni che la fede in Gesù, provocando e stimolando la capacità della ragione umana, suscitava nei loro cuori e nelle loro menti.

L’esito di questo processo è stato che la Chiesa ha preso coscienza del fatto che la persona e l’opera di Gesù incrociano l’esistenza di ogni uomo e di ogni donna, di ogni luogo e di ogni tempo, e che non c’è situazione di tutta la storia dell’umanità, di più di tutta la storia del mondo!, che non abbia a che fare, in un modo o nell’altro, con Cristo, con la sua Incarnazione e la sua Pasqua, per vie che a noi il più delle volte rimangono sconosciute e che, quando si palesano, destano stupore, meraviglia, lode, ringraziamento a Dio.

La conseguenza di una simile presa di coscienza è che allora, se tutto ha a che fare con Cristo, se da Cristo tutto passa e prima o poi passerà, il cristiano non può erigere palizzate, muri, arroccandosi in se stesso e lasciandosi prendere la mano dalla sindrome dell’assedio.

Il cristiano, invece, deve ‘uscire’: incontro al mondo, anche se il mondo lo rifiuta; incontro a tutti, senza fare distinzioni e giudicare chi sia degno o no: perché tutto a che fare con Cristo e niente è lontano rispetto a Lui, e non solo perché il Cuore di Cristo ama tutti (basterebbe questo!), ma anche perché tutto e tutti sono costituiti, per il fatto stesso che vengono al mondo, in un legame costitutivo con Lui, tutto e tutti sono ordinati a Lui (questo ci dice la seconda lettura sopra citata).

Per questo l’unica nostra preoccupazione, vissuta con entusiasmo e con fiducia nel Signore, ha da essere quella di condurre a Cristo, annunciandolo con la parola e con la vita: condurre a Cristo tutto e tutti, non avendo paura di sporcarci le mani, non avendo paura di cadere e di farci male.   

Questa domenica si chiude l’Anno Santo Straordinario della Misericordia: abbiamo ricevuto misericordia, doniamo misericordia!

Don Massimo, parroco.

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