La seconda domenica del tempo ordinario (quest'anno il 20 gennaio) si collega strettamente all'Epifania e al Battesimo del Signore per l'impronta 'epifanica' che la contraddistingue come evidenzia il brano del Vangelo proclamato nella Messa. Esso è sempre riferito, in questa domenica, a un evento degli inizi dell'attività pubblica di Gesù, cui viene attribuito un valore e una funzione di 'manifestazione' del mistero della sua persona. 
Così è quest'anno, anzi tanto più quest'anno, in cui leggiamo il segno delle nozze di Cana di Galilea per capire il quale, se non vogliamo scadere in interpretazioni riduttive e pietistiche, occorre partire dalla conclusione: "Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui". La conclusione è il commento dell'evangelista che ci mette in condizione di capire il significato di ciò che accadde a Cana. 
Il Signore manifesta la sua gloria a Cana di Galilea, afferma San Giovanni.
Quale gloria?
La gloria è ciò che visibilizza Dio, la gloria è ciò che scopre allo sguardo dell'uomo il volto santo dell'Altissimo.
La gloria di Gesù a Cana di Galilea è il suo stare in mezzo al popolo e il venirgli in soccorso nelle sue necessità. Il Dio incarnato, che ha posto la tenda in mezzo ai suoi, davvero partecipa della vita dei suoi. La sua è una presenza incarnata. E che cosa può esserci di più umanamente significativo, che Dio abbia potuto scegliere per rappresentarci che egli è con noi e condivide tutto di noi, di una festa di nozze? "Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli" e il Signore accettò l'invito. Davvero il Signore si è mischiato con la nostra vicenda! 
La gloria di Gesù a Cana di Galilea è la gloria di un Dio che non resta indifferente alla sorte del popolo. Quello di Cana fu il primo dei segni, il primo, il modello, la prefigurazione dei successivi sino al segno supremo della croce: Gesù si dona e si offre per i suoi e allora capiamo che, se le cose stanno così, l'acqua cambiata in vino è ben più che il soccorso in extremis per rimediare alla leggerezza di uno sposo che non aveva calcolato bene la quantità di vino da tenere da parte. L'acqua cambiata in vino anticipa l'offerta sacrificale della croce, la preannuncia! 
Da questo che viene all'uomo? 
Per rispondere a questa domanda soffermiamoci ancora sul valore simbolico della festa nuziale.
Festa nel linguaggio corrente è sinonimo di evasione dal quotidiano e non si può citare l'alternanza tra feria e festa per suffragare questa ipotesi. L'alternanza fra tempo festivo e tempo lavorativo ritma lo scorrere dei giorni e fra i due c'è, appunto, alternanza, non opposizione, c'è bisogno dell'uno come dell'altro. 
Se esiste una festa che non possiamo inquadrare come evasione dal quotidiano, questa è la festa nuziale. La festa nuziale è un aspetto della vita dell'uomo, chi vi partecipa non evade dal presente, vive il presente; chi va a un banchetto nuziale, prende parte a un capitolo della storia feriale e quotidiana nella quale una dimensione trascendente e superiore si manifesta. 
Il Signore ha scelto una festa di nozze per manifestare la sua gloria, per compiere il primo dei suoi segni e perché i suoi discepoli credessero in lui proprio per farci comprendere che egli è venuto, egli viene, egli si offre e si dona, egli sta in mezzo a noi per rendere la vita una festa. La vita reale, non virtuale una festa. Non perché ci sia da evadere, non perché ci sia da sballare, non perché ci sia da trasgredire (tutte dimensioni che il concetto odierno di festa comprende). Ma perché a questo Dio chiama i suoi figli e ogni uomo: a uno sguardo lieto e buono sulla vita. 
 

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