Di che rallegrarsi?
Il brano del Vangelo della quattordicesima domenica del Tempo 'per annum' è tratto dal decimo capitolo della narrazione lucana.
L'evangelista riporta il fatto di una missione che coinvolge non tanto gli apostoli, i Dodici, ma una cerchia più ampia di discepoli, settandue per la precisione. Non è un numero casuale: nella versione greca del Primo Testamento, che Luca conosce bene, settantadue è, infatti, il numero dei popoli che compongono l'umana famiglia secondo la tavola dei popoli del capitolo dieci del Libro della Genesi. Ciò significa, dunque, che la missione è rivolta all'intera umanità e che tutte le nazioni sono chiamate alla fede in Cristo e, una volta abbracciata la croce di Gesù, ad annunciarla e a diffonderne la vittoria.
I settantadue ritornano da Gesù, una volta assolto il proprio compito, e narrano i prodigi che hanno accompagnato la predicazione del Vangelo. Sono entusiasti e fuori di sé per la contentezza. Anche gli spiriti cattivi si sottomettono alla loro parola!
Gesù risponde loro e li invita ad andare al fondo della questione: resi partecipi del suo stesso potere su satana, i discepoli non hanno niente da temere, per questo i demoni indietreggiano. Ma non di questo essi devono rallegrarsi. Non il prodigio in sé ha da essere la causa della loro letizia e della loro contentezza, ma il perché quel prodigio si realizzi per loro tramite.
E il perché è che i loro nomi sono scritti nei cieli.
Il nome indica la persona, complessivamente considerata nel suo essere quell'individuo, e non un altro: il temperamento, il carattere, le vicende e le esperienze, le vittorie e le sconfitte, i progressi e gli stop, la vita interiore e quella di relazione.
Anche oggi l'espressione 'essere iscritto a' è di uso comune: alla lista elettorale di, alla newsletter di, ai registri di ecc.. Ai tempi del Signore, poi, l'iscrizione al libro della città e dello Stato comportava la partecipazione e il godimento dei diritti di cittadinanza. Ricordiamo, in proposito, che San Paolo era cittadino romano.
Il Signore vuol dire, allora, che i settandue devono essere lieti perché, per la fede in lui, le loro vite appartengono a Dio ('i cieli' sono il luogo dove Dio abita) ed essi partecipano e godono dei diritti, oltre che dei doveri, di far parte dell'unica famiglia del Padre, che è la Chiesa. Questa nuova identità del discepolo è espressa molto bene da San Paolo nella Lettera agli Efesini: 'Cosi voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio' (2,19).
Il discepolo sa che la sua vita appartiene a Dio, è scritta nel suo cuore, tutta quanta (ricordiamo il proverbio 'verba volant, scripta manent').
Il discepolo sa che questa iscrizione del suo nome nei cieli gli conferisce tutti i diritti dell'essere figlio di Dio: il poter chiamare Dio con il nome di Padre, la forza per vincere il peccato e lo spirito cattivo, la capacità per progredire nella via della virtù e del bene, l'aprirsi al prossimo e alle sue necessità.
Il discepolo sa che questa stessa iscrizione esige dei doveri, condensati nelle rinunzie del battesimo: la rinunzia a satana, alle sue opere e alle sue seduzioni; e nei sacrifici e nelle sofferenze da sopportare nella vita terrena e da offrire al Signore per la salvezza del mondo.
Il discepolo sa tutto questo e di ciò unicamente si rallegra, non fermandosi né ai soli diritti né ai soli doveri, ma sempre volgendo lo sguardo ai cieli, a Dio in cui la sua speranza trova il fondamento e l'origine.
Ed io, di che mi rallegro?
Buona domenica e buona settimana a tutti.
Don Massimo, parroco.