'Va' e anche tu fa' così'.
Quindicesima domenica del Tempo 'per annum', parabola del buon Samaritano.
La parabola è originata dalla domanda di un dottore della Legge, che chiede a Gesù chi sia il prossimo del duplice comandamento dell'amore, di Dio e, appunto, del prossimo.
Raccontando la vicenda dell'uomo malmenato dai ladri, schivato da un sacerdote e da un levita, curato e salvato da un samaritano, Gesù sposta la questione, posta dal dottore della Legge, dal piano teorico, impersonale - 'chi è mio prossimo' -, a quello vissuto, personale - 'sii tu prossimo'.
Nella Lettera ai Romani, al capitolo dodicesimo, San Paolo si rivolge ai suoi destinatari con questa esortazione: 'la carità non sia ipocrita' (Rom 12, 9).
Si tratta di uno dei migliori commenti alla parabola del buon Samaritano.
Della parola 'carità', infatti, troppe volte ci riempiamo la bocca, usandola a sproposito, da teorici, non da cultori.
In nome della carità si giustificano azioni, comportamenti, parole, decisioni che di facciata sembrano tali, mentre, di fatto, nascondono intenzioni perverse, interessi propri, gelosie, invidie, voglia di protagonismo e di primeggiare. In famiglia, nel lavoro, nella politica, nella società civile, nella Chiesa.
L'ipocrisia, infatti, tende, attraverso parole e azioni, a far apparire le cose diverse da quelle, quali realmente sono.
La carità ipocrita giustifica, in nome di se stessa, l'ingiustizia e l'indifferenza.
Un po' come il sacerdote e il levita della parabola: formalmente impeccabili - non potevano toccare né cadaveri né sangue (e il malcapitato era stato percosso a sangue, si noti), salvano il culto che di lì a poco avrebbero celebrato; nei fatti lasciano al suo destino un figlio di Abramo. 'Mors tua, vita mea', potremmo chiosare. Campioni nella schiera dei teorici della carità.
Gesù, invece, sposta il discorso sul piano del vissuto.
Su questo piano le cose cambiano, la realtà si mostra in tutta la sua vivezza e noi stessi per primi, anche se inizialmente facciamo tanti proclami, siamo costretti ad accettare la complessità di un'infinità di questioni e di problematiche, che interpellano sul campo la nostra carità. Sfidandola a uscire dai suoi ragionamenti teorici e ideologici e a prendere posizione dinanzi ai tanti malcapitati che ci passano sotto gli occhi: sui media, sulla strada, nelle case.
Cari amici del Sacro Cuore, chiediamoci: siamo teorici della carità? Apparteniamo alla lunga schiera del sacerdote e del levita della parabola del Vangelo di oggi?
Oppure siamo cultori della carità? Che fanno, che vivono la carità e non stanno a domandarsi come e quando e con chi possono praticarla, ma si sporcano le mani del sangue dei poveri e dei maltrattati di oggi?
Buona domenica e buona settimana.
Don Massimo, parroco.
