Con domenica 1° dicembre 2019 iniziamo l'Avvento e con esso il nuovo anno liturgico. Subito siamo gettati, per così dire, nella mischia, nel senso che l'avvio del nuovo anno è deciso e per niente sotto tono; v'è, infatti, da prepararsi al Natale. Incominciamo, quindi, con un tempo 'forte', un tempo nel quale ci è chiesta un'attenzione più vigile del solito alla luce della grandezza del mistero celebrato.
L'Avvento, prima che preparazione al Natale però, è anzitutto l'occasione per riflettere sulla presenza di Dio nel mondo attraverso il fatto della 'venuta' dello stesso Dio, così come si è realizzata nell'Incarnazione del Figlio. Riflettere sulla presenza di Dio nel mondo, poi, alla luce dell'Incarnazione porta a considerare l'agire del cristiano nel mondo stesso.
Il cristianesimo afferma che Dio è presente nel mondo, lo è come Creatore, lo è come Redentore, di una presenza che è trascendente e immanente insieme. Il mondo è segnato dalla presenza di Dio, Dio è Presenza in Gesù. È una presenza che non può essere rimossa: può essere rifiutata, ignorata, anche combattuta, ma non rimossa né impedita. 'Viene il Figlio dell'uomo': il verbo è al presente indicativo, si tratta di un dato di fatto, non di un augurio o di un desiderio, no, 'viene', anzi è già venuto e verrà. Dal giorno in cui il Figlio si è incarnato, Dio è presente come non mai al mondo e all'uomo e niente potrà silenziarlo né cacciarlo. La storia umana, la storia del mondo è storia di salvezza, non di dannazione o di perdizione; è storia di provvidenza, non di cieca fatalità; è storia che muove verso un compimento, non uno stanco e monotono ripetersi di situazioni e cose già viste e sperimentate sino a non poterne più.
Il cristiano questo sa e ciò è il solido fondamento su cui egli costruisce la propria vita. Questo, invece, non sanno i più che assomigliano alla generazione contemporanea di Noè, richiamata da Gesù nel brano del Vangelo (Matteo 24,37-44). La loro è un'esistenza come tutte le altre, diremmo 'normale', fin troppo. Non conosce se non un eterno presente, è incapace di volgere lo sguardo un po' più in là del soddisfacimento dei bisogni primari (il cibo, le bevande, la riproduzione) per quanto necessari e nobili in sé essi siano. A motivo di ciò è un'esistenza fragile, un gigante dai piedi d'argilla, pronto a rovinare da un momento all'altro. Ma siamo proprio sicuri di non assomigliare anche noi ai contemporanei di Noè? E perché mai il Signore insiste tanto sul dovere e sul bisogno di vegliare (attraverso la parabola del padrone di casa che sta in guardia di notte contro il ladro) se non per il fatto che il rischio di dimenticare che Dio abita la storia è più che un rischio, è una possibile, tragica, reale possibilità?
Un altro Avvento, un altro anno liturgico con il Natale, la Quaresima, la Pasqua, la Pentecoste, le feste del Signore, della Madre di Dio e dei Santi: "la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti", afferma San Paolo nella seconda lettura (Romani 13,11-14a) come anche "la notte è avanzata, il giorno è vicino". Non ci sia data invano la grazia di celebrare ancora una volta i misteri della fede, visto che il giorno dell'incontro con il Signore è, rispetto a un anno fa, più vicino, si accorcia la notte di questa vita terrena, viene incontro il giorno dell'eternità.
