La seconda domenica del tempo ordinario si caratterizza per il legame stretto con la solennità dell’Epifania e la festa del Battesimo del Signore. Diremmo di trovarci ancora in un clima, se non proprio natalizio, almeno epifanico, cioè di rivelazione del mistero della persona del Signore Gesù Cristo, Verbo incarnato.
Il brano del Vangelo, tratto da San Giovanni (Gv 1,29-34), rientra perfettamente in questo contesto, anzi lo illumina e ne precisa i contorni. Siamo nel primo capitolo, subito dopo il Prologo iniziale, agli inizi di quella ‘settimana inaugurale’ (Gv 1,19-2,12) nel cui arco di tempo il quarto evangelista situa gli avvenimenti che annunciano la presenza del Verbo fatto uomo nel mondo; fra questi, il secondo giorno, la testimonianza del Battista sull’identità di Gesù in occasione del suo battesimo al Giordano. La confessione del Precursore del Signore si svolge in progressione ascendente: Gesù è l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo; è preesistente a Giovanni stesso perché viene da Dio; è colui che dona lo Spirito Santo perché su di lui lo Spirito scende e prende dimora; è il Figlio di Dio.
Gesù è “l’Agnello di Dio”.
L’immagine dell’agnello applicata al Messia non si trova in nessun testo del giudaismo dei tempi del Signore. C’è nel Primo Testamento, nel Libro dell’Esodo e nel Profeta Isaia, ma non nell’età coeva al Nuovo Testamento. Che gli autori neotestamentari la utilizzino in riferimento a Cristo (San Giovanni nel brano di questa domenica e subito dopo, Luca negli Atti degli Apostoli, Pietro nella sua Prima Lettera) è indice del fatto che essa deve risalire a Gesù stesso; Gesù deve averla adoperata in riferimento a sé medesimo e l’evangelista l’ha raccolta dalla viva voce del Signore trasmettendola a tutta la Chiesa. L’agnello è un animale docile e obbediente: confessare Gesù agnello di Dio vuol dire mettere in risalto l’obbedienza di Gesù alla volontà del Padre, quell’obbedienza da cui ci viene la salvezza come afferma il prosieguo della dichiarazione del Battista “che toglie il peccato del mondo”. «Dall’aspetto riconosciuto come uomo abbassò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce (Fil 2,8)»: così Paolo in Filippesi. L’obbedienza al Padre ha guidato Gesù sempre, fino al dono totale di sé. È l’obbedienza del Figlio, quella che contempliamo nel Natale: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14)»; quella che domenica scorsa è emersa dal dialogo tra il Battista e il Signore prima del battesimo nel Vangelo secondo San Matteo: «Lascia fare per ora, conviene che adempiamo ogni giustizia (Mt 3,15)».
Il Natale e il mistero dell’uomo-Dio, nel quale c’è tutto della nostra umanità eccetto il peccato e insieme tutto della divinità, gettano un fascio di luce sull’obbedienza redentrice di Cristo. È un’obbedienza che cambia le sorti dell’uomo, spalancando le porte della vita della grazia e della vita eterna, poiché è un vero uomo chi obbedisce al Padre ribaltando l’atto di disobbedienza del primo uomo e perché il medesimo è Dio, perciò innocente e immune da ogni colpa, capace di trionfare sul nemico. Lo esprime stupendamente San Leone Magno nell’ottava omelia sul Natale del Signore quando afferma: «Ma poiché nel primo uomo il diavolo non aveva usato tale violenza tale da trascinarlo dalla sua parte senza il consenso della sua libera volontà, doveva essere distrutto il peccato volontario e la libertà perversa in modo che l’esigenza della giustizia non fosse in contrasto con il dono della grazia. Ora, dinanzi alla comune rovina di tutto il genere umano, era possibile un solo rimedio riposto nel segreto del disegno divino per soccorrere l’uomo caduto: che cioè nascesse un figlio di Adamo esente dalla colpa originale e innocente, in grado di giovare a tutti gli altri e con l’esempio e con il merito». Il medesimo Signore Gesù Cristo è Figlio di Dio e figlio di Adamo. La sua obbedienza, per cui viene detto con verità ‘Agnello di Dio’, toglie il peccato del mondo e realizza la redenzione: il figlio di Adamo può morire sulla croce e risorgere, il Figlio di Dio che dona lo Spirito Santo può compiere i miracoli e vincere la morte rendendo ricca la natura umana dei doni e delle grazie della natura divina.
Non c’è dono di sé senza obbedienza e docilità.
Non sono possibili obbedienza e docilità se non a imitazione di quelle di Nostro Signore.
Non c’è imitazione di Cristo se non confidando nella sua grazia e ad essa attingendo.
