Tra la sesta e la settimana domenica ordinaria finiamo di leggere il capitolo quinto del vangelo secondo San Matteo. In particolare, il brano di oggi (Matteo 5, 17-37) si struttura in tre parti: la prima nella quale Gesù dichiara in che rapporto egli si pone con la legge di Mosè e il Primo Testamento, un rapporto di compimento; la seconda nella quale viene riaffermato, nella prospettiva del compimento, il valore degli insegnamenti antichi; la terza in cui il Signore descrive, con esempi pratici, che cosa significhi in concreto il compimento della Legge e che cosa sia la ‘giustizia’ che è richiesta ai discepoli.
La schiettezza di Gesù è sconcertante: le affermazioni del Signore si susseguono in un crescendo che non lascia il tempo di respirare e di ‘riprendersi’ e si spingono vieppiù a fondo nelle profondità dell’animo umano illuminandole e facendone emergere il groviglio di peccato che le abita e che rimane ordinariamente nascosto perché sottovalutato. Risuonano nel cuore le parole della Lettera agli Ebrei (4,12-13): «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto». Noi accogliamo le parole di Gesù come proferite dal Figlio di Dio, ma è certo che ogni spirito, anche quello che non professa la divinità di Cristo, non può che restare scosso dall’incisività e dalla dirompente franchezza di questo maestro; le quali – diciamocelo – un po’ urtano noi figli e figlie del politicamente corretto. La schiettezza di Gesù, la sua semplicità sono una grazia da accogliere, lasciamoci convertire da esse e non indossiamo abiti di sorvolo e di noncuranza.
La chiave di volta del brano è il «se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli».
Gli scribi e i farisei, rispettivamente i maestri ufficiali del popolo e alcuni dei suoi componenti più impegnati nell’osservanza dei precetti divini, facevano della ricerca e della messa in atto della ‘giustizia’, cioè della volontà di Dio, alla luce della rivelazione contenuta nella Legge mosaica e nei Profeti, la ragione suprema della loro vita. Gli uni la proponevano alla gente con i loro insegnamenti, gli altri ne manifestavano la forza con una vita totalmente assoggettata alle prescrizioni della Scrittura.
Eppure ciò non può bastare per i discepoli di Cristo, la cui giustizia dev’essere superiore.
In che senso?
Ci aiuta a capire l’apostolo Paolo che parla – lo ascoltiamo nella seconda lettura (Prima Corinzi 2,6-10) – di una sapienza di Dio «che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria»; una sapienza che è dono del Padre al credente per mezzo dello Spirito Santo e che porta a riconoscere il Crocifisso come «il Signore della gloria». La giustizia evangelica, nella quale la volontà di Dio si realizza e che è gloria del discepolo perché manifesta in lui la santità stessa del Padre, è la vita che confessa, con i suoi atti, che Gesù crocifisso è il Signore della gloria.
È una vita crocifissa per il mondo come il mondo lo è per lei (cfr Galati 5,14).
È una vita che non appartiene più al discepolo, ma nella quale vive Cristo: una vita in Cristo (cfr Galati 2,19-20): nella quale non trovano posto parole ingiuriose per il fratello che sono figlie dell’ira, considerata, invece, alla stregua di un omicidio vero e proprio (cfr Matteo 5,21-22); la riconciliazione non è sospirata, ma cercata perché la frattura con il fratello non può lasciarti il cuore in pace quando ti presenti davanti all’altare (cfr Matteo 5,23-24); ogni circostanza è tempo favorevole per la conversione (cfr Matteo 5,25-26); il cielo del cuore è limpido, terso, sgombro dalle nubi della sensualità (cfr Matteo, 5,27-28); la prima preoccupazione è la salvezza della propria anima e di quella del prossimo (cfr Matteo 5,29-30); il matrimonio è custodito come cosa santa (cfr Matteo 5,31-32); Dio non è chiamato in causa per qualsiasi motivo perché l’onore a lui dovuto non risulti sminuito (cfr Matteo 5,33-35); non ci si atteggia da padroni della propria vita perché si sa di non esserlo, ma che tutto è grazia, da Dio viene e a Dio ritorna (cfr Matteo 5,36); si conservano la sobrietà e la modestia della persona per non offrire sponde al nemico (Matteo 5,37).
Campi Bisenzio, 16 febbraio 2020
