Mercoledì della quarta settimana di Pasqua (Gv 12,44-50)
Con oggi terminiamo la lettura della prima parte del Vangelo di San Giovanni (i capitoli dal primo al dodicesimo). La liturgia ci propone, in particolare, la fine del capitolo dodici; si tratta dell'ultimo intervento pubblico di Gesù riportato dal quarto evangelista dal momento che d'ora in avanti Gesù parlerà solo ai suoi discepoli nel cenacolo, prima di rendere la testimonianza suprema dinanzi al sinedrio durante il suo processo.
Ci soffermiamo su queste parole del Signore "Io sono venuto nel mondo come luce perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre'. L'antitesi luce-tenebre è tipica di San Giovanni, osserviamo in prima battuta; si direbbe che nello spazio breve dell'affermazione citata l'evangelista riassumesse quanto è andato fino ad ora cercando di mostrare. Premesso questo, possiamo ritrovare in San Paolo una frase che ci aiuta a comprendere il senso profondo delle parole di Gesù, precisamente in Rom 14,17 - e qui notiamo che la Scrittura si legge con la Scrittura, in un rimando continuo e fecondo di reminiscenze e richiami, tra il Primo e il Nuovo Testamento e all'interno dei due Testamenti. Che cosa, dunque, scrive San Paolo nel passo di cui sopra? «Il regno di Dio infatti non è cibo o bevanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi si fa servitore di Cristo in queste cose è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini». 'Io come luce sono venuto nel mondo': Gesù viene come luce nel senso che dona quella giustizia, pace e gioia che hanno la loro origine in Dio, sono partecipate al credente dallo Spirito Santo e che formano un tutt'uno: la consolazione, che è la nota caratteristica della vita cristiana. Vivere la consolazione significa fare esperienza della giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo, di più: significa servire il Cristo in esse che vengono donate affinché in uno spirito di gratitudine e di lode a Dio venga reso il servizio della vita e con la vita al Signore. In ciò non si rimane nelle tenebre, ma si viene strappati ad esse e al loro potere di schiavitù e morte che si manifesta nell'ingiustizia, nel peccato e nella tristezza.
