Pensiero del Parroco

Il brano evangelico di domenica 9 ottobre 2016 ci tuffa dentro l'ultimo tratto di cammino che Gesù percorre, per le strade della Palestina, in direzione di Gerusalemme e che Luca narra dal capitolo 17, 11 al capitolo 19,27.

Dieci lebbrosi vengono guariti dalla malattia, ma solo uno, forestiero per di più, torna indietro per ringraziare e merita così anche la grazia della salvezza spirituale.

Contrarre la lebbra equivaleva a essere scomunicati: il lebbroso doveva girare alla larga dal resto della popolazione, portare abiti laceri e farsi riconoscere gridando ad alta voce 'impuro, impuro'; tutto questo finché non fosse guarito e il sacerdote non avesse certificato l'avvenuta guarigione.

Una certa concezione del sacro e del rapporto fra malattia e castigo divino, giustificatrice di precise norme igieniche, decretava, dunque, l'esclusione del lebbroso dalla comunità.
Questi era considerato un maledetto da Dio, privato della sua benedizione, a motivo dei suoi peccati (causa della lebbra stessa); la comunità, dal canto proprio, non poteva tollerare al suo interno la presenza di uno scomunicato, che perciò veniva allontanato e isolato dagli altri.

Gesù riammette nella comunità questi dieci maledetti, questi dieci scomunicati, agli occhi della pubblica opinione del tempo, i quali implorano da lui misericordia e pietà.

Per il fortissimo valore simbolico-religioso della lebbra, la guarigione da essa sta a significare che non c'è peccato che non possa essere perdonato se ci rivolgiamo a Dio con cuore pentito e pronto a cambiare vita, a camminare per la via del bene e della virtù, ad evitare i sentieri di male e di morte.

La guarigione dei lebbrosi ci dice che Dio è più forte di ogni peccato e di colui che ne è causa e origine.

A noi è chiesta umiltà di cuore e implorazione della salvezza.

Colpisce quando Gesù parla della bestemmia contro lo Spirito Santo affermando che essa non può essere perdonata.
La tradizione della Chiesa ha individuato alcuni casi di questa bestemmia: disperare della salvezza, presunzione di salvarsi senza merito, impugnare la verità conosciuta, invidia della grazia altrui, ostinazione nei peccati, impenitenza finale.
In nessuna di queste circostanze, se ci pensiamo bene, si può ravvisare un cuore umile dinanzi a Dio e implorante misericordia dall'Altissimo. Si trova soltanto un cuore superbo e chiuso in se stesso. La colpa è solo e unicamente da parte del peccatore e nel suo decidersi contro Dio. La volontà di Dio, invece, è chiara: salvare, salvare, salvare.

Tutti e dieci i lebbrosi hanno dimostrato questa umilità di cuore e implorato la salvezza?

Sì e no.

Sì perché hanno domandato tutti senz'altro con sincerità, dal profondo del loro dolore.

No perché solo uno l'ha conservata sino alla fine, mentre degli altri nove si può dire 'avuta la grazia, gabbato lo santo'.

Domandiamoci: io, in che gruppo potrei stare?

Buona domenica a tutti.

Don Massimo, parroco.

 

 

Parrocchia Sacro Cuore di Gesù
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