La parabola del giudice disonesto e della vedova importuna apre il capitolo diciotto del Vangelo di Luca, viene subito dopo una serie di affermazioni di Gesù sugli ultimi tempi e sul ritorno del Figlio dell'uomo (chiamate la 'piccola apocalisse lucana') ed è preceduta dalla spiegazione del suo stesso significato: 'la necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai'.
Non è una collocazione casuale.
Facendo seguire la parabola alla piccola apocalisse, Luca vuole mettere in evidenza un aspetto delle parole di Gesù, che è questo: l'attesa del ritorno del Figlio dell'uomo alla fine dei tempi si deve sostanziare di preghiera; essa o vive di preghiera o muore.
'Venga il tuo regno', preghiamo nel Padre nostro, la preghiera che Gesù ci ha insegnato.
La preghiera tiene desto il desiderio che il Signore ritorni, si mostri a noi, che il suo regno venga in noi e nel mondo. La preghiera alimenta il desiderio di Dio e ne è espressione: domando che il Signore venga perché lo desidero; aspetto e nell'attesa chiedo il ritorno del Signore perché esso è ciò che ricononosco e voglio come bene per me e per tutti.
'Chi prega si salva, chi non prega si danna', soleva ripetere Sant'Alfonso Maria de' Liguori, autore di questa 'massima' che ben si addice a commento della Parola di Dio della ventinovesima domenica del tempo ordinario.
Chi non prega, si danna perché, venendo meno l'attesa della venuta del regno di Dio in lui, il suo cuore a poco a poco si chiude a riccio su se stesso, vede il prossimo come l'ostacolo alla sua libertà, diventa schiavo dei suoi fantasmi e delle sue paure, dei suoi egoismi e delle sue voglie, non spera e non attende altro se non uno stanco e monotono tirare a campare: premessa e caparra quaggiù della definitiva lontananza da Dio nell'eternità.
