Inizia l’Avvento e, con esso, il nuovo anno liturgico.
Ancora una volta ci disponiamo a celebrare il Natale del Signore e a ravvivare l’attesa del suo ritorno all’inizio di un ciclo che ci condurrà, di domenica in domenica, per tutto un anno, a contemplare le realtà più significative della fede.
Possiamo e dobbiamo chiederci: come mi trova questo tempo che incomincia?
Un altro anno liturgico: l’Avvento, il Natale, la Quaresima, la Pasqua, le feste del Signore, della Madre di Dio, dei Santi, il susseguirsi delle domeniche, tutto ciò, nel suo nuovo inizio, che cosa provoca in me? Smuove in me qualcosa oppure mi lascia indifferente?
C’è un’intenzione pedagogica da parte della Chiesa nel riproporre ogni anno la celebrazione dei misteri della vita di nostro Signore. Essa consiste nella certezza, sulla base delle parole di Gesù stesso, che noi camminiamo verso la verità intera, cioè verso la piena comprensione di Cristo e della sua opera redentiva. Ogni anno liturgico è, dunque, un andare sempre più nel profondo della salvezza, per cui non c’è Avvento che sia uguale al precedente né Natale né Triduo Pasquale che dir si voglia. Sì che di anno in anno noi penetriamo le insondabili ricchezze di Cristo ed esse si donano a noi lasciando scoprire di sé aspetti mai prima mostrati.
L’Avvento inaugura l’anno liturgico: l’Avvento, tempo breve – solo quattro domeniche – eppure intensissimo; al cui centro celebrativo sta il mistero della venuta del Signore Gesù e della sua attesa, come ci ricorda il brano del Vangelo di Matteo che risuona nella Prima Domenica.
Avvento: tempo dell’attesa, tempo di chi attende, tempo che ci educa all’attesa e ad attendere.
Ma attesa di che? Attesa di chi?
Del Signore certo, della sua venuta.
Ma che dice tutto questo alla mia vita, come parla al mio cuore?
Che significa per me, adesso, in questo frangente della mia vita, attendere che il Signore venga?
E perché, più radicalmente, c’è bisogno che io venga educato all’attesa?
È il Vangelo a dare la risposta: ‘Non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti’: se attendi, non puoi distrarti, devi rimanere sveglio e vispo; se attendi, non puoi essere sbrigativo, ci vogliono pazienza e calma; se attendi, ti guardi intorno e cerchi di capire i segni di chi stai aspettando, se viene o ritarda; se attendi, pensi a ciò che fai e vai al fondo delle cose. Chi non si accorge, finisce invece per essere travolto dalla sua stessa sprovvedutezza.
La realtà dell’attesa del ritorno del Signore alla fine dei tempi, nel ricordo della prima venuta nell’Incarnazione e nella ricerca della sua venuta nell’oggi della vita della Chiesa e nostra personale, ci dice che come discepoli di Gesù, come credenti in lui siamo chiamati, abitando un mondo che vive come se ogni giorno fosse uguale all’altro in una sorta di interminabile successione monotona e indistinta, siamo chiamati a vivere in profondità respingendo la tentazione del vivacchiare.
Se il Signore è venuto un giorno sulla terra, facendosi bambino, e Dio ha vissuto fra noi e come noi, la vita dell’uomo, la mia vita è segnata alla radice da questa presenza e da questa compagnia, che caccia la solitudine e apre alla speranza.
Se il Signore viene nella mia giornata, in ogni mia giornata, non ce n’è una che sia la fotocopia dell’altra, ma ciascuna è unica e straordinariamente irripetibile.
Se il Signore verrà alla fine della vita e dei tempi, allora è possibile costruire qualcosa di bello e di grande con cuore lieto e senza timori per il futuro.
Celebriamo, dunque, con questo Avvento la triplice venuta del Signore e ravviviamo l’attesa del suo ritorno: ci apriremo alla vita, guardandola intelligentemente e non con sguardo distratto, e diventeremo un richiamo importante per chi va di corsa e ha smarrito il senso di ciò che vive, per cui qualunque cosa si faccia questa va sempre bene poiché una vale l’altra. Con nessun’altra conseguenza se non una calma piatta nella quale è pressoché impossibile avanzare e si finisce per rimanere prigionieri in mezzo alle acque.
Buon Avvento a tutti.
Don Massimo, parroco.
