Pensiero del Parroco

La terza domenica d’Avvento si situa sul limitare di quello spartiacque che è la data del 17 dicembre, quando hanno inizio le cosiddette ‘ferie maggiori’ il cui scopo è quello di prepararci alla celebrazione del Natale del Signore.

Per questo il clima che caratterizza questa domenica è improntato alla letizia e alla gioia: quella letizia e quella gioia che fioriscono nel cuore del credente all’approssimarsi del compimento dell’attesa: della solennità liturgica natalizia ormai prossima, ma anche della venuta del Signore nell’oggi della vita e al termine di questa e della storia dell’umanità.

A questa letizia e a questa gioia invita il profeta Isaia nel carme che si proclama come prima lettura della Messa domenicale: da un lato troviamo una natura inospitale e inabitata perché impraticabile, animi tristi e scorati, fragilità fisiche che segnano l’esistenza dei più deboli; a fronte di tutto ciò l’annuncio: ‘Ecco il vostro Dio’ e il capovolgimento delle situazioni: un giardino lussureggiante, la tristezza fuggita via e al suo posto il giubilo, guarigioni miracolose che restituiscono la sanità alle membra disfatte. Da una realtà di morte e senza via d’uscita ad una di vita e di speranza passando per l’annuncio ‘Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi’. Anche a noi è accaduto questo? E quando e grazie a chi? Chi ci ha annunciato il Signore nel momento della prova e che cosa l’annuncio del Signore ha provocato in noi? L’abbiamo respinto? L’abbiamo accolto? L’abbiamo ignorato?

L’apostolo Giacomo ci ricorda che la letizia e la gioia del credente domandano costanza, pazienza e animo forte; non si improvvisano, ma, a imitazione del contadino, giungono come premio di un’attesa paziente e tenace. Premio che sovrabbonda, premio che cancella ogni pregressa fatica, premio che, come tale, non sta all’inizio, ma al termine del cammino, dono di Dio e frutto della cooperazione nostra.

Il Vangelo ci trasmette un detto del Signore nel quale è proclamato beato chi non trova in lui motivo di scandalo, cioè chi accetta di seguire Gesù e di incamminarsi dietro a lui passo passo. Fosse anche in carcere, come il Battista. La beatitudine evangelica, con la letizia e la gioia che ne costituiscono dimensioni essenziali, sta unicamente nel seguire Gesù, nel fatto di riconoscere d’avere questa grazia per il dono della fede: beato è colui/colei che può esclamare ‘a me è data la grazia di credere in Cristo e di seguirlo, e ciò solo mi basta’.

Senza porre la beatitudine in realtà profane, anche noi credenti possiamo comunque fissarci su aspetti secondari della fede (che sono sì importanti, ma non decisivi) e assolutizzarli: la liturgia celebrata in modo formale sì che potrebbero sussistere i riti, ma se il Signore è o non è presente in essi ciò sarebbe in ogni caso minimale; una dottrina staccata dalla vita e una norma disincarnata che soffoca lo spirito e ottunde il cuore; usi e tradizioni stratificatesi e sclerotizzatesi nel corso del tempo, dei quali non sappiamo più fare a meno.

La nostra unica beatitudine, invece, è la persona viva del Signore Gesù che si dona a noi nella Chiesa, trasforma i nostri deserti in giardini e ci rende pazienti e operosi nell’attesa del suo ritorno nella gloria.  

Parrocchia Sacro Cuore di Gesù
Via Alcide de Gasperi n. 9
Campi Bisenzio, (FI) - 50013
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